Si apre oggi Cannes, quest’anno qualcosa peggio che solita spocchiosa manifestazione radical-chic. Il festival, di per sè, sarà il solito circolo chiuso e autoreferenziale, che premia noiosissimi film provienenti da nazioni improbabili come quella di Borat e che mai potranno avere riscontro di pubblico (ha senso vedere film, come quelli orientali, dove non si distingue un personaggio dall’altro? O il solito documentario moralista sui paesi sedicenti poveri?). La triste novità sarà il risalto che la stampa estera darà ai film italiani in concorso, uno su tutti: Gomorra. Perché ai soloni di casa nostra piace diffondere l’immagine di un paese preda del crimine organizzato, violento, senza speranza. E gli antitaliani abboccheranno. La camorra per costoro è un’ossessione, la chiave di lettura di una realtà grazie a Dio più moderna, che ha saputo andare oltre le vecchie divisioni. “I panni sporchi si lavano in casa”: così disse l’on. Andreotti, ai tempi dei redditizi piagnistei firmati Vittorio De Sica, comunista che amava i casinò e la bella vita. Di sicuro Il Divo, film sul grande statista democristiano, anch’esso in concorso a Cannes, indugerà sui lati oscuri della sua vicenda umana e politica, così da soddisfare un pubblico abituato a divertirsi con Travaglio. Ma i panni sono poi davvero sporchi? Di Napoli amiamo ricordare il liberalismo temperato di Achille Lauro, ma non ignoriamo la realtà di oggi: e proprio per questo sappiamo da che parte stare, dalla parte cioè di chi dà pane e lavoro ai giovani e non di chi ruba i bambini. E lo stesso vale per il Divo Andreotti: siamo dalla parte di chi ha creato intrapresa, non di chi ha fatto carriera con l’antimafia.